La Scuola On Love — Educare con il cuore, crescere con amore

Dal mio diario di scuola

Storie, riflessioni e pratiche dai miei 40 anni di scuola. Un pensiero alla volta, per fare scuola con più cuore.

OnLove Educator — il docente
Riflessione · 6 min di lettura

Che cos'è un OnLove Educator

Un'insegnante che unisce l'educazione integrale e la warm cognition: dove imparare e stare bene diventano la stessa cosa.

Per quarant'anni ho cercato di essere un certo tipo di maestra, senza avere un nome preciso per definirla. Poi, mettendo insieme gli studi di una vita e ciò che ho vissuto in classe, quel nome l'ho trovato: OnLove Educator. Non è un titolo accademico: è il modo in cui sento questo mestiere. E nasce dall'incontro di due idee.

Due parole, un'idea sola

La prima è l'educazione integrale: l'idea, antica e sempre attuale, che un bambino non sia una testa da riempire, ma un'unità di corpo, mente e spirito. È la tradizione che va da Pestalozzi — «testa, cuore, mano» — fino al «mente-cuore-mano» di cui parla Papa Francesco. Educare la persona intera, non un pezzo alla volta.

La seconda arriva dalla psicologia e si chiama warm cognition, cognizione «calda». Sta nel mezzo tra il pensiero puramente logico e freddo (cold cognition) e quello travolto dall'emozione (hot cognition). È il punto di equilibrio in cui emozione e ragione lavorano insieme: si sente e si pensa nello stesso gesto.

Un OnLove Educator accoglie prima l'essere umano, poi l'alunno.

Unire queste due idee afferma una cosa semplice ma quasi rivoluzionaria: imparare e stare bene non sono attività separate. Un bambino che si sente visto, sicuro e sereno impara meglio, perché la mente e il cuore non sono stanze diverse.

Cosa cambia in classe

Definirsi OnLove Educator non è un'etichetta, è una pratica quotidiana. Cambia le priorità:

  • Prima costruisco la relazione, poi propongo il contenuto — non il contrario.
  • Do spazio alle emozioni come parte dell'apprendimento, non come disturbo da zittire.
  • Guardo al bambino intero: il suo corpo, i suoi tempi, la sua storia, non solo la sua prestazione.
  • Uso la tecnologia con misura, perché resti al servizio della relazione umana.

Un piccolo esempio

Un lunedì mattina Marco arriva chiuso, con lo sguardo basso. La maestra «fredda» inizierebbe subito la lezione. La OnLove Educator, invece, se ne accorge: gli dedica uno sguardo, gli fa spazio nel cerchio del mattino. Cinque minuti «persi»? No: cinque minuti che gli permetteranno, poi, di imparare davvero. Perché prima di poter aprire un quaderno, un bambino ha bisogno di sentirsi al sicuro.

Ecco perché credo che la prima materia sia l'umanità. Non al posto delle altre, ma prima delle altre: come il terreno in cui tutto il resto può finalmente crescere.

Con il cuore, la vostra maestra.

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OnLove Pedagogy — il modello
Riflessione · 6 min di lettura

La Pedagogia dell'Amorevolezza

OnLove Pedagogy: far sentire ogni persona vista, accolta e capace — a partire da chi insegna.

In quarant'anni di scuola ho imparato una cosa che nessun libro mi aveva insegnato del tutto: i bambini non ricordano quasi mai le lezioni perfette, ma ricordano per sempre come li abbiamo fatti sentire. Da questa convinzione nasce ciò che chiamo Pedagogia dell'Amorevolezza — la OnLove Pedagogy.

Che cos'è

È l'arte educativa di far sentire ogni persona vista, accolta e capace, attraverso una relazione che unisce cura, rispetto, fiducia e responsabilità, affinché ciascuno possa apprendere con serenità e diventare pienamente sé stesso.

Attenzione: amorevolezza non è debolezza, né permissivismo. È una cura che tiene insieme la tenerezza e la responsabilità — voler bene e avere aspettative alte, accogliere e accompagnare a crescere.

«L'educazione è cosa del cuore.» — Don Bosco

Per i bambini

Un bambino che si sente visto e accolto trova il coraggio di provare, di sbagliare, di rialzarsi. La Pedagogia dell'Amorevolezza mette al centro la sua unicità, le sue emozioni e la qualità delle relazioni: una scuola in cui imparare con gioia a conoscere sé stessi, rispettare gli altri e prendersi cura del mondo.

Per i docenti

Ma c'è una parte di cui si parla troppo poco: l'amorevolezza riguarda anche chi insegna. È l'arte di prendersi cura della propria umanità — accogliendo bisogni, emozioni e limiti — per abitare la scuola con maggiore serenità e offrire agli alunni una presenza autentica, equilibrata e generativa.

Perché soltanto un docente che non abbandona sé stesso può accompagnare davvero gli altri. La cura di sé non è un lusso o un premio: è parte della pedagogia, la sua radice nascosta.

Comincia da noi

Ecco il cuore di tutto: l'amorevolezza che offriamo ai bambini comincia dal modo in cui ogni docente impara a trattare sé stesso. Non possiamo dare una serenità che non abbiamo, né insegnare la gentilezza se siamo duri con noi stessi.

È questa la scuola che sogno e che vi lascio in dono: una Scuola OnLove che custodisce l'umanità di chi insegna e accompagna la fioritura di chi impara.

Con il cuore, la vostra maestra.

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Perché la prima materia è l'umanità
La Proposta · 6 min di lettura

Perché la prima materia è l'umanità

In un tempo dominato dalla tecnologia, rimettere la persona al centro è la scelta più coraggiosa che un docente possa fare.

Ho passato più di quarant'anni davanti a una lavagna, e se dovessi riassumere tutto ciò che ho imparato in una sola frase, sarebbe questa: i bambini non ricordano quasi mai cosa abbiamo insegnato loro, ma ricordano per sempre come li abbiamo fatti sentire.

Viviamo in una scuola che corre. Programmi, competenze, prove, dispositivi, piattaforme. Tutto legittimo, tutto necessario. Ma in mezzo a questa corsa rischiamo di perdere di vista la cosa più semplice e più preziosa: la persona che abbiamo davanti. Un bambino non è un contenitore da riempire, è un fuoco da accendere.

Non insegniamo delle materie. Facciamo crescere delle persone.

Cosa intendo per "persona integrale"

Ogni bambino è corpo, mente e spirito insieme, e non impara mai a compartimenti stagni. Il corpo che ha bisogno di movimento, di ritmo, di pause. La mente che desidera capire, esplorare, costruire. E lo spirito: quella dimensione interiore fatta di valori, di senso, di relazioni, che troppo spesso lasciamo fuori dalla porta dell'aula.

Riportare al centro la persona integrale non significa rinunciare al rigore o alla tecnologia. Significa metterli al servizio di qualcosa di più grande. Significa chiedersi, prima di ogni lezione: questa cosa aiuta i miei bambini a diventare più umani?

Non è nostalgia. È il futuro.

C'è chi pensa che parlare di cuore, di gentilezza, di umanità sia guardare indietro. Io credo l'esatto contrario. Proprio perché la tecnologia diventerà sempre più potente, ciò che ci rende umani diventerà sempre più prezioso. La capacità di ascoltare, di provare compassione, di stare nella complessità, di dare senso: sono queste le competenze del futuro.

La Scuola OnLove non è un ritorno al passato. È il modo migliore che conosco per preparare i nostri bambini a un mondo che non possiamo ancora immaginare.

Con il cuore, la vostra maestra.

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Tre minuti prima di entrare in classe
Cura di sé · 4 min di lettura

Tre minuti prima di entrare in classe

Il rituale del respiro: un piccolo gesto di presenza che può cambiare tutta la giornata.

Per anni sono entrata in classe di corsa, con la testa ancora piena della riunione precedente, del messaggio a cui non avevo risposto, della lista infinita di cose da fare. E poi mi stupivo se la mattinata partiva storta.

Un giorno ho capito una cosa semplice: non possiamo dare ai bambini una calma che non abbiamo. Il clima della classe comincia da noi. Da come varchiamo quella porta.

Il rituale, passo dopo passo

Da allora, prima di ogni lezione, mi regalo tre minuti. Solo tre. Ecco come:

  • Un minuto per fermarmi. Mi fermo davanti alla porta, poso tutto quello che ho in mano, e faccio tre respiri lenti. Inspirando conto fino a quattro, espirando fino a sei.
  • Un minuto per lasciare andare. Immagino di posare a terra, sulla soglia, tutto ciò che non riguarda questi bambini in questo momento. Lo riprenderò dopo, se serve.
  • Un minuto per scegliere. Mi chiedo: chi voglio essere per loro, oggi? E scelgo un'intenzione: pazienza, ascolto, allegria.
La cura di sé non è egoismo. È la base su cui poggia tutto il resto.

Non è magia, e alcune giornate restano difficili. Ma questi tre minuti mi hanno restituito qualcosa che avevo perso nella fretta: la presenza. Ed è la presenza, non la perfezione, ciò di cui i nostri bambini hanno più bisogno.

Provaci domani mattina. Tre minuti. Poi raccontami com'è andata.

Con il cuore, la vostra maestra.

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Restare umani nell'era dell'intelligenza artificiale
Digitale · 5 min di lettura

Restare umani nell'era dell'intelligenza artificiale

La tecnologia può alleggerire il nostro lavoro senza spegnerne l'anima. La questione è tenere saldo il primato della relazione.

Confesso che l'arrivo dell'intelligenza artificiale nella scuola all'inizio mi ha spaventata. A un passo dalla pensione, mi sono chiesta se avesse ancora senso tutto ciò in cui ho creduto per una vita. Poi ho capito che la domanda era sbagliata.

La domanda non è "la tecnologia sostituirà i docenti?". La domanda è: "come possiamo usarla perché ci restituisca tempo ed energie da dedicare a ciò che nessuna macchina potrà mai fare?".

La tecnologia come alleggerimento

Ho iniziato a usare gli strumenti digitali con un criterio solo: devono togliere peso, non aggiungerne. Se una piattaforma mi fa risparmiare un'ora di correzioni, quella è un'ora che posso passare ad ascoltare un bambino. Se un'app mi aiuta a preparare un materiale in metà tempo, quel tempo torna alla relazione.

Quando invece la tecnologia diventa l'ennesima cosa da imparare, l'ennesima scadenza, l'ennesimo carico, allora ho imparato a dire no. Con serenità.

Usare la tecnologia con saggezza, mantenendo saldo il primato dell'esperienza umana.

Ciò che resta nostro

Un'intelligenza artificiale può spiegare la fotosintesi meglio di me. Ma non può accorgersi che oggi Marco è triste. Non può abbracciare Sofia quando piange. Non può cogliere quel lampo negli occhi di un bambino che finalmente ha capito. Non può volergli bene.

È questo il nostro territorio, ed è immenso. Più il mondo si riempie di macchine intelligenti, più diventa prezioso ciò che noi sappiamo fare da sempre: esserci, davvero, per una persona.

Non dobbiamo scegliere tra innovazione e umanità. Dobbiamo tenere insieme le due cose, mettendo la prima al servizio della seconda. Si può fare. Io ci ho provato per tutta la vita, e vi assicuro che ne vale la pena.

Con il cuore, la vostra maestra.

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Manifesto della Scuola OnLove
Visione · 5 min di lettura

Manifesto della Scuola OnLove

Per una scuola che torna al cuore: dieci principi per una scuola esigente e amorevole, innovativa e profondamente umana.

La Scuola OnLove nasce da una convinzione: prima dei programmi, delle verifiche e delle tecnologie, a scuola entrano le persone. Ogni bambino porta con sé una storia, un mondo interiore, possibilità ancora da scoprire. Ogni insegnante porta competenza e responsabilità, ma anche emozioni, fatiche, desideri e speranze.

Per questo scegliamo una scuola nella quale imparare e stare bene possano diventare la stessa cosa. Una scuola esigente e amorevole, innovativa e profondamente umana. Una scuola che non cerca la perfezione, ma coltiva ogni giorno presenza, consapevolezza e cura.

I dieci principi

  • 1. La prima materia è l'umanità. Prima di insegnare un contenuto, incontriamo una persona. Ogni parola può aprire una possibilità, ogni gesto può lasciare una traccia.
  • 2. Ogni bambino è una persona intera. Corpo, mente, cuore, emozione, immaginazione, relazione e interiorità: lo accogliamo nella sua interezza e rispettiamo i suoi tempi.
  • 3. Nessuno deve sentirsi sbagliato mentre sta imparando. L'errore non è una colpa, ma un passaggio del cammino. Si impara davvero quando ci si sente abbastanza al sicuro da poter osare.
  • 4. La relazione è il primo ambiente di apprendimento. Un bambino che si sente visto, ascoltato e riconosciuto trova più facilmente il coraggio di partecipare. La fiducia non sostituisce la didattica: la rende possibile.
  • 5. L'amorevolezza è una forma di autorevolezza. Porre limiti senza umiliare, correggere senza ferire, guidare senza dominare. La fermezza e la gentilezza possono abitare la stessa voce.
  • 6. Le differenze sono possibilità, non ostacoli. L'inclusione non consiste nel far entrare qualcuno in una scuola pensata per altri, ma nel costruire fin dall'inizio una scuola nella quale ciascuno abbia posto.
  • 7. La tecnologia è un'alleata dell'umanità. Accogliamo l'innovazione e l'intelligenza artificiale con curiosità e senso critico, per liberare tempo per ciò che nessuna tecnologia può sostituire: la presenza, l'empatia, l'incontro.
  • 8. Il benessere dei docenti è una responsabilità educativa. Prendersi cura di sé non toglie nulla agli alunni: significa tornare da loro più presenti, lucidi e disponibili.
  • 9. La classe è una comunità che cresce insieme. Coltiviamo ascolto, collaborazione, gratitudine, gentilezza, responsabilità e cura del bene comune.
  • 10. Insegnare significa continuare a imparare. Condividiamo esperienze, successi ed errori, perché la scuola cresce quando nessuno custodisce da solo ciò che ha imparato.

La nostra promessa

Noi scegliamo di tenere accesa la Scuola OnLove. Ogni giorno proveremo a vedere la persona prima della prestazione, la possibilità prima del limite, la domanda prima della risposta, la relazione prima dello strumento, il cammino prima del risultato.

Non promettiamo una scuola perfetta. Promettiamo una scuola viva, consapevole, accogliente e coraggiosa. Una scuola capace di innovare senza perdere il cuore.

La prima materia è l'umanità.

Porta il Manifesto con te. Scarica il PDF: stampalo, appendilo in classe o in sala insegnanti, condividilo con chi condivide questa idea di scuola.

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Con il cuore, la vostra maestra.

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Progettare meno, insegnare meglio — il metodo A.G.I.L.E.
Didattica OnLove · 11 min di lettura

Progettare meno, insegnare meglio

Il mio modo A.G.I.L.E. di organizzare l'anno, includere tutti e non perdere il cuore.

Settembre, per un insegnante, non è soltanto il mese dei nuovi inizi. È anche il tempo dei curricoli da consultare, degli obiettivi da selezionare, delle programmazioni annuali da preparare, delle Unità di Apprendimento da costruire. Davanti a tutte quelle pagine, il rischio è sempre lo stesso: cercare di inserire tutto. Tutti gli obiettivi, tutti i contenuti, tutte le attività possibili. Come se una progettazione fosse tanto più valida quanto più è lunga, dettagliata e piena.

Dopo tanti anni di insegnamento ho imparato, invece, che una buona progettazione non si misura dalla quantità di ciò che contiene, ma dalla chiarezza della direzione che indica. Per me, progettare bene significa rispondere ad alcune domande essenziali: dove voglio accompagnare i bambini? Come potrò riconoscere che sono arrivati? Quali strade posso predisporre perché ciascuno abbia la possibilità di compiere il proprio cammino?

Agile non significa sbrigativa

Quando parlo di progettazione agile, non penso a una progettazione frettolosa o improvvisata. Al contrario, una progettazione diventa agile quando è così chiara da permetterci di distinguere ciò che è essenziale da ciò che può essere lasciato andare. È abbastanza solida da indicare una direzione e abbastanza flessibile da cambiare quando la realtà della classe ce lo chiede.

Agile non significa "fare meno". Significa fare spazio a ciò che conta davvero.

Cominciare dalla fine: la progettazione a ritroso

La progettazione a ritroso, sviluppata da Grant Wiggins e Jay McTighe nel modello Understanding by Design, propone tre passaggi: individuare i risultati di apprendimento desiderati; stabilire quali evidenze permetteranno di riconoscerli; progettare le esperienze e le attività necessarie per raggiungerli.

Non partiamo dal capitolo del libro, né dalla scheda che ci piace. Partiamo dal traguardo. La domanda iniziale non è più "che cosa farò domani?", ma "che cosa desidero che i bambini sappiano comprendere, utilizzare e trasferire al termine del percorso?".

Pensare subito alle prove rende tutto più semplice

Uno degli aspetti che ha reso più agile il mio modo di lavorare è stato imparare a pensare alle prove di verifica subito dopo avere scelto gli obiettivi, non alla fine del percorso. Significa domandarsi: quale comportamento mi farà capire che l'obiettivo è stato raggiunto? Quale prodotto, spiegazione o compito costituirà un'evidenza significativa?

Quando la prova è chiara fin dall'inizio, anche le lezioni diventano più facili da scegliere. Ogni attività trova una ragione, ogni contenuto è presente perché serve al traguardo. Tutto ciò che non contribuisce realmente al risultato può essere ridotto, rimandato o eliminato.

Non possiamo fare tutto: il coraggio di scegliere

Daniela Lucangeli utilizza un'immagine molto efficace quando parla del rischio di "ingozzare" i bambini: riempirli di informazioni ed esercizi senza lasciare loro il tempo di comprendere, collegare, rielaborare. L'apprendimento non nasce dalla quantità di contenuti attraversati, ma dalla qualità dell'esperienza che costruiamo intorno a ciò che abbiamo scelto. Meglio un obiettivo realmente compreso e trasferibile che dieci obiettivi soltanto sfiorati.

Una progettazione per tutti, non ventidue progettazioni diverse

L'Universal Design for Learning mi ha insegnato a cambiare prospettiva: non progettare prima una lezione per un ipotetico alunno "medio" da adattare in seguito, ma costruire fin dall'inizio un percorso abbastanza flessibile da prevedere diversi modi per coinvolgersi, accedere alle informazioni e agire ed esprimere ciò che si è imparato.

Non abbasso il traguardo. Rimuovo gli ostacoli che non fanno parte del traguardo. Una sola progettazione, dunque, ma pensata fin dall'inizio per la variabilità reale della classe.

L'interdisciplinarità che alleggerisce e dà senso

Comprendere un testo, selezionare informazioni, formulare domande, argomentare un'opinione, collaborare, risolvere problemi non appartengono a una sola disciplina. Quando riconosciamo questi ponti, le discipline dialogano, gli apprendimenti si rinforzano reciprocamente e il tempo scolastico acquista maggiore unità.

La mia bussola A.G.I.L.E.

  • A — A fuoco i traguardi. Scelgo pochi obiettivi significativi e chiarisco che cosa desidero che i bambini comprendano, sappiano fare e riescano a trasferire.
  • G — Guardare subito alle prove. Prima delle attività stabilisco quali evidenze mi permetteranno di riconoscere l'apprendimento.
  • I — Includere fin dall'inizio. Progetto un percorso comune e flessibile, con diverse modalità di accesso, partecipazione, sostegno ed espressione.
  • L — Legare discipline e apprendimenti. Cerco connessioni autentiche tra i saperi e privilegio obiettivi trasferibili.
  • E — Essenzializzare contenuti e attività. Scelgo soltanto ciò che serve davvero, proteggendo il tempo dell'approfondimento.

Progettare per proteggere il cuore della scuola

Una progettazione così costruita non elimina la complessità del nostro lavoro, né ci consegna una sequenza perfetta da eseguire. Ci offre, però, una direzione alla quale tornare. Per me, questa è la vera agilità: non correre più velocemente per riuscire a fare tutto, ma scegliere meglio per poter insegnare davvero.

Progettare meno, insegnare meglio.

Porta la Bussola A.G.I.L.E. con te. Scarica la scheda pratica in PDF: la sintesi visiva dei cinque punti più un modello da compilare per la tua prossima Unità di Apprendimento.

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Con il cuore, la vostra maestra.

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Settembre: come mi prendo cura di me prima di prendermi cura della classe
Cura di sé · 5 min di lettura

Settembre: come mi prendo cura di me prima di prendermi cura della classe

Prima di riempire l'aula di colori e proposte, ho imparato a riempire me stessa. Perché non si versa da una brocca vuota.

Settembre ha un profumo tutto suo: quaderni nuovi, banchi da sistemare, l'entusiasmo di ricominciare. Ma se sono sincera, per tanti anni ho vissuto questo mese anche con un'ombra addosso: la stanchezza dell'estate che finisce non del tutto smaltita, e la fretta di buttarmi subito a capofitto nella programmazione, negli elenchi, nelle mille cose da preparare per i bambini.

Quest'anno, il mio ultimo, ho deciso di fare diversamente. Prima di preparare l'aula, ho scelto di preparare me stessa.

La brocca vuota

Per anni ho pensato che prendersi cura di sé fosse l'ultima voce di una lista, quella che si fa se avanza tempo — e il tempo, si sa, in una classe non avanza mai. Poi ho capito che avevo l'ordine invertito.

Non si versa da una brocca vuota. Prendersi cura di sé non è un lusso: è la prima responsabilità professionale di chi educa.

Un insegnante svuotato può anche essere organizzatissimo, preparatissimo, pieno di ottime attività. Ma è la pienezza interiore, non la perfezione del programma, quella che i bambini respirano appena entrano in classe il primo giorno.

Cinque gesti per iniziare bene

Non servono grandi rivoluzioni. Ecco i cinque piccoli gesti con cui, quest'anno, sto preparando me stessa prima ancora dei banchi:

  • Dieci minuti di silenzio al mattino. Prima di uscire di casa, prima del telefono e delle notifiche, mi concedo dieci minuti senza far nulla se non respirare e stare.
  • Preparo l'aula con calma, non con fretta. Un cartellone in meno appeso con cura vale più di dieci appesi di corsa. La bellezza fatta con calma si sente, e i bambini la sentono con noi.
  • Scrivo il mio diario, prima di quello della classe. Qualche riga per me, su come sto, su cosa mi aspetto da quest'anno — prima ancora di progettare cosa faranno loro.
  • Un momento di raccoglimento. Per me è un momento di preghiera silenziosa; per te può essere altro. L'importante è fermarsi, ogni tanto, davanti a qualcosa più grande di noi.
  • Un gesto per il corpo. Una camminata, qualche respiro profondo, le spalle che si abbassano. Il corpo ricorda alla mente come si sta bene, se solo glielo permettiamo.

Corpo, mente e spirito, insieme

Ho imparato, in quarant'anni di scuola, che non possiamo scindere queste tre dimensioni e pensare di stare davvero bene. Se curiamo solo la testa — l'aggiornamento, la programmazione, il metodo — e trascuriamo il corpo e ciò che ci nutre nel profondo, prima o poi la stanchezza si fa sentire. Prendersi cura di sé, per me, significa occuparsi della persona intera. Quella che siamo noi, prima ancora di quella che accogliamo in classe.

Non è egoismo. È l'unico modo, che io conosca, per arrivare a giugno con lo stesso cuore pieno con cui si è iniziato a settembre.

E tu, quale gesto scegli per iniziare bene quest'anno? Raccontamelo: mi piace immaginare, in questo mio ultimo anno, tante maestre e maestri che si prendono cura di sé insieme a me.

Con il cuore, la vostra maestra.

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Il mio ultimo anno inizia così: perché ho deciso di raccontarlo
Diario di una Maestra OnLove · 5 min di lettura

Il mio ultimo anno inizia così: perché ho deciso di raccontarlo

Quarant'anni di scuola mi hanno insegnato che le storie vere valgono più delle lezioni perfette. Per questo, da settembre, apro la porta della mia ultima classe quinta e vi porto con me.

Cara collega,

che emozione scrivere queste righe. Sono seduta alla mia scrivania, le vacanze stanno finendo, e tra pochi giorni varcherò per l'ultima volta la soglia di un'aula a settembre come maestra di ruolo. L'ultima volta che preparerò i cartelloni di benvenuto. L'ultima volta che rivedrò volti di bambini, li fisserò nel cuore, uno per uno, con tutta l'attenzione che meritano. L'ultima volta che vivrò quel misto di trepidazione e gioia che solo il primo giorno di scuola sa dare.

Quarant'anni di lavoro non si chiudono con un ultimo giorno. Si chiudono con un ultimo anno, vissuto fino in fondo. E io ho deciso di viverlo in un modo che non avevo mai provato prima: raccontandolo, mentre accade.

Non un diario nostalgico

Non voglio scrivere il diario dei ricordi, delle lacrime di commozione, del “come eravamo”. Ne avrò il tempo, più avanti. Quello che voglio fare ora è diverso, e per me più prezioso: portare fuori dalla mia aula quello che per quarant'anni è rimasto dentro, tra quelle quattro pareti.

In tutti questi anni ho costruito, sperimentato, aggiustato: percorsi didattici, piccoli rituali di classe, modi per stare bene io e i bambini, strategie per reggere la complessità di una professione che chiede tutto — organizzazione, programmi, burocrazia — e non deve mai far perdere di vista la persona che hai davanti, bambino o adulto che sia. Molto di questo lavoro non l'ho mai scritto da nessuna parte. È rimasto affidato alla memoria, alle chiacchiere in sala insegnanti, ai quaderni pieni di appunti che nessun altro leggerà.

Prima di lasciare la cattedra, sento il bisogno di lasciare qualcosa di più. Non un manuale, non una teoria. Una testimonianza viva: come si fa, davvero, a tenere insieme la scuola e la vita, i programmi e le persone, la testa, il cuore e il corpo — di chi insegna e di chi impara.

Perché proprio ora, perché proprio così

Perché credo che le storie vere aiutino le colleghe e i colleghi molto più di qualsiasi teoria. Quando in questi anni qualcuno mi ha raccontato una difficoltà vissuta in classe — e come l'aveva affrontata, con quali errori, con quali piccoli successi — ho imparato più che in molti corsi di aggiornamento. Vorrei restituire lo stesso dono.

Perché in un tempo in cui la tecnologia entra sempre di più nella scuola e nelle nostre vite, sento ancora più forte l'urgenza di custodire e raccontare la dimensione umana del nostro mestiere: la pazienza che serve, la fatica che si prova, la gioia che si sente nel bel mezzo della fatica. Quei valori che per me restano il cuore di tutto — l'accoglienza, l'allegria, la gentilezza, la dignità di ogni persona — hanno bisogno di storie concrete per non restare parole vuote.

Perché tenere insieme scuola e vita personale, in modo sostenibile, non è un dettaglio organizzativo: è una delle sfide più grandi che viviamo come insegnanti, e se ne parla ancora troppo poco. Voglio raccontare anche questo, senza vergogna: le mattine in cui trovo dieci minuti per me prima di aprire la porta dell'aula, e le mattine in cui non ci riesco.

Non voglio raccontarvi la scuola perfetta. Voglio raccontarvi la scuola vera — fatta di corpo, mente e spirito, miei e dei miei alunni.

Cosa troverete qui, da settembre

Da settembre apro, dentro questo blog, una nuova sezione: il “Diario di Classe – Scuola OnLove dal vivo”. Racconterò la mia classe quinta — con nomi cambiati, e sempre nel rispetto della privacy delle famiglie — attraverso episodi piccoli e concreti, non teorie. Mi vengono già in mente altri settembri, altri bambini come Marco, che il primo giorno si nascondevano dietro le gambe della mamma e a maggio leggevano ad alta voce le pagine del libro della classe. Racconterò momenti come quello, quando accadranno di nuovo.

Accanto agli episodi di classe, condividerò le pratiche che mi hanno aiutata davvero — quelle testate sul campo, non le soluzioni magiche — per gestire la complessità della vita scolastica insieme a quella personale: piccoli gesti di cura di sé, modi concreti per costruire un ambiente accogliente, motivante e positivo, momenti di fatica raccontati senza filtri, insieme ai momenti in cui tutto, per un attimo, funziona.

L'obiettivo, alla fine, è uno solo: rimettere al centro la persona integrale — corpo, mente e spirito — di chi insegna e di chi impara. Lo scriverò come lo vivo, mese dopo mese, fino a giugno.

Vi aspetto qui, ogni volta che ci sarà una storia degna di essere raccontata. E se anche voi, in questo periodo, state vivendo un capitolo che sentite importante — un inizio, una fine, un cambiamento — scrivetemi, sui social o nella nostra community. Mi piacerebbe sapere che non sono la sola a fermarmi a raccontare, invece di correre soltanto avanti.

Con il cuore, la vostra maestra.

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